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Il Covid e i bambini: pro e contro della Dad


Il trend dei contagi torna a salire, in una sola settimana il tasso di positività passa dal 2,3% al 2,9% con una impennata vertiginosa proprio in Campania dove, tra l’altro, si registra anche il maggior numero dei morti.

L’arrivo della stagione fredda e la situazione già di per sé allarmante riportano in auge la paura di un incubo già sperimentato: la dad.

Un acronimo che, per diffusione e frequenza ha, piuttosto, il sapore di neologismo e che, dopo una discreta parentesi, ritorna ad animare i discorsi di migliaia di famiglie italiane.

Stiamo parlando della “mitica” didattica a distanza; laddove con mitica non le affibbiamo certamente caratteristiche di indiscusso prestigio ma, piuttosto, intendiamo riferisci al suo carattere di anomalia e desuetudine rispetto alla storia della didattica stessa.

Certo forme di e-lerning ed apprendimento differito, erano già ampiamente diffuse in Italia, soprattutto in ambito professionale, ma la scuola tradizionale, quella che accompagna i nostri bambini per quasi un ventennio, dall’infanzia all’età matura, quella eravamo abituati a concepirla in tutt’altro modo.

Il Covid spazza via le nostre abitudini. Distrugge i nostri usi. Abbatte le nostre certezze. E’ stato così per il lavoro, è stato così per lo sport, è stato così per il tempo libero, è stato così per prassi che pensavamo naturali e indiscutibili e che tutto ad un tratto si ritrovano confinate nella scatola dei ricordi e che, forse, i nostri figli vivranno solo attraverso i nostri racconti.

Li ricordate voi gli uffici postali nei giorni che vanno dal’1 al 5 del mese? Le ricordate le fila e gli agglomerati di anziani che dovevano riscuotere la pensione? Per paura di arrivare tardi e per l’ingenua speranza di essere primi, si affrettavano tutti all’alba nei pressi delle Poste o sulle piazze antistanti le banche.

Li ricordate gli aperitivi dei ragazzi alle sei del pomeriggio? Le fila dal dottore, in farmacia, o dal pescivendolo la domenica mattina? Fino a qualche anno fa era normale vivere questi momenti, erano occasioni di incontro, di conoscenza, di informazione anche, perché tra la gente si parla, si discute, ci si confronta. Ed, inoltre, operavano un altro meccanismo più inconscio ma salutare, rallentavano il tempo. Stare lì due ore ad aspettare, farlo spontaneamente, senza nemmeno interrogarsi sul fatto che fosse giusto o sbagliato, permetteva alla nostra mente di allentare il tiro, di rilassarsi, di mettersi in pausa.

Ma oggi tutti questi sono chiamati assembramenti e le fila e le code sono sostituite da un sistema di appuntamenti e prenotazioni solo ed esclusivamente per circostanze che non possono essere sostituite dalla digitalizzazione, con non poche ripercussioni sulla nostra salute psichica.

Ma torniamo ai nostri bimbi. Loro sono stati i più penalizzati dal Covid nella vita sociale. Per ben due tornate la didattica tradizionale è stata sostituita dalla dad, la didattica a distanza. Un sistema di apprendimento concepito attraverso il computer ed internet, in cui il docente organizza le attività in modalità di gruppo o uno a uno e al quale i bambini e/o ragazzi accedono in modo autonomo.

Detta così il danno sembra minimo. L’alunno continua a perpetrare l’apprendimento comodamente da casa sua, senza doversi spostare, senza sobbarcarsi del carico fisico dello zaino, senza dover ricorrere ai genitori o agli scuolabus per raggiungere la scuola. Waw!

Già, waw. Peccato che non tutte le famiglie si fossero trovate preparate all’arrivo della Dad; peccato che alcuni bambini non avevano neppure un pc, oppure se lo avevano dovevano dividerlo coi fratelli e si trovavano quindi costretti a seguire attraverso altri dispositivi ancora meno efficienti; peccato che in alcune zone d’Italia la rete internet non fosse assolutamente adeguata; peccato che la stragrande maggioranza delle famiglie non poteva disporre di un adulto che affiancasse i bambini più piccoli in dad; peccato che spesso erano gli stessi docenti ad essere poco avvezzi alla tecnologia, e a sperimentare difficoltà enormi nell’organizzazione e nel seguimento della didattica.

Certo la dad ci ha permesso di andare avanti. Di non gettare via un anno intero, di proseguire il percorso. Ha rafforzato le nostre attitudini ad abbattere gli schemi e a non mollare. Ha permesso ai bambini di proteggersi, ha evitato loro ore di lezione “schermate” dalla mascherina, confinati all’immobilità nel proprio banchetto o, comunque, alla scarsa libertà di movimento. Però quanto hanno perso i nostri ragazzi?

Certo come può essere vedersi senza toccarsi, senza darsi uno spintone, tirarsi i capelli, rubarsi la merendina? Hanno imparato a stare fermi questi bambini. Hanno imparato un nuovo modo per stare insieme, per volersi bene, per restare uniti. Un modo tutto nuovo che loro hanno accettato e che noi ancora rifiutiamo nel cuore più che nella nostra mente.

Sono bravi, quanto sono bravi. Io però li guardo e penso: speriamo che un giorno, presto o tardi che sia, si torneranno a lanciare le palline con dalla penna, si proprio quelle, quelle che di igienico non avevano proprio nulla, ma che ci facevano divertire come dei matti.

Speriamo. Le voglio lanciare anche io, non vedo l’ora!

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