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Le speranze per il nuovo anno: il ritorno alla normalità (quale?)


Comincia un Nuovo Anno, la Nostra redazione Vi rivolge con affetto calorosi Auguri: serenità, tranquillità, ma soprattutto salute, tanta salute….

Seppur consapevoli che il Covid è ancora tra noi e tarderà ancora un po’ a lasciarci, vogliamo fare insieme a Voi qualche riflessione sui tempi che stiamo passando…Dovrei dire sui tempi che stanno cambiando ma, per indole, sono già restia al cambiamento, figuriamoci se vorrei accettare che “nulla tornerà come prima” e, pertanto, sono tra coloro che pensano che presto o tardi tutto passerà..

Chi scrive oltre a manifestare un eccessivo ottimismo è anche un po’ refrattaria all’utilizzo dei social, un po’ perché prendono tempo e rubano energie, un po’ per “fortuna” perché, non avendo mai cominciato non ne è stata mai travolta e un po’ per sfortuna perché scarsamente avvezza all’uso delle tecnologia, ci sono momenti in cui potrebbe semplificarsi un po’ la vita, soprattutto di questi tempi.

Ed in questi tempi quei pochi messaggi di auguri che sono riuscita a leggere sono quelli postati sugli stati di whatsapp, pochi messaggi e spesso molto uguali tra di loro, frasi fatte e poco creative.

La cosa che più mi ha colpito è che nei messaggi “piu’ originali” vi era un tratto comune, un’unica speranza, il ritorno alla normalità. Approfondendo un po’ il pensiero mi sono resa conto che la normalità in cui si auspicava ha più o meno sempre le stesse sfaccettature: tornare a poter andare tranquillamente al ristorante piuttosto che al cinema, in palestra, in piscina, tornare a viaggiare, insomma riprendere la vita di prima.

Sno d’accordo, anch’io rivoglio la vita di prima. Ma la mia vita di prima, come quella di tutti gli altri era fatta anche di altri momenti di cui troppo raramente si fa menzione: era fatta di amici, di incontri casuali che cominciavano con una stretta di mano e finivano con un abbraccio, di visite ai parenti, di attimi rubati con la scusa del caffè e tazzine bollenti che respingendo la presa raccoglievano invece i racconti più disparati (a volte mi sono chiesta se dietro la scusa dell’igiene le tazzine non venivano servite apposta bollenti, per permettere di allungare un po’ la sosta e chiacchierare un po’ di più);

la mia vita di prima era fatta anche di pause pranzo a lavoro, durante le quali tra una litigata e una risata ci si sentiva un po’ come in famiglia, del frettoloso giro “torno torno” l’ufficio a metà mattina sotto braccio con la collega; di feste di bambini che si azzuffavano, si sbaciucchiavano, si scambiavano giochi…

Adesso è tutto diverso: a lavoro la pausa pranzo è un tu per tu con la scrivania, con la collega si parla solo attraverso la chat aziendale, a lavoro più che in famiglie ci si sente in un luogo ostile, pericoloso, il caffè con le amiche è un ricordo lontano, e i bimbi…beh poveri bimbi..

Ognuno aveva la sua vita di prima, fatta più o meno di cose così, eppure sembra che si rimpianga solo il ristorante, la palestra o il pomeriggio alla spa. Perché? Dove sono finiti gli altri? Tutti gli altri della nostra vita? Perché ci mancano le cose mentre sembra che ci siamo abituati all’assenza delle persone? E’ colpa del benessere, dei social o siamo davvero cambiati? Possibile che in due anni abbiamo dimenticato ciò che ci insegnano millenni di filosofia ?(Io per restare super parter volutamente non parlo di religione).

Solo per citare qualche esempio ricordiamo che Socrate (470 a.C.) ci diceva “conosci te stesso e realizzati in rapporto con gli altri” mentre Aristotele (384 a.C.) parlava della naturale tendenza degli uomini ad associarsi e ad entrare in relazione.

Oggi il Coronavirus ci suggerisce di praticare l’isolamento, il distanziamento e di mantenere ben salde le mascherine, se proprio ci troviamo a conversare, se vogliamo salvarci la vita.

Appunto salvarci la vita.

Combattiamo questo virus e riprendiamocela poi la nostra vita, senza lasciarci dietro niente, ma soprattutto senza lasciarci dietro nessuno.

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