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L’arcobaleno

Quello dell’anno di grazia 2024 è il calendario di turno che il Laboratorio del Tempo sta per regalarci. E’ quasi pronto, un software, un algoritmo più precisamente (in quest’epoca oramai fanno tutto loro), ne ha sistemato le date, definito le settimane, i mesi ed una mano ha già messo in azione le rotative (rigorosamente in 3D, ovvio) per mandarlo in stampa.

Altri giorni si aggiungeranno alla nostra vita: saranno giorni “nuovi”? Dicembre è mese di bilanci (non solo per le aziende) e ai “conti” che andiamo definendo, chiediamo di aiutarci a capire se l’anno che ci sta lasciando si chiude in perdita, in pareggio o in utile.

Da svariato tempo, oltre che di “consuntivi”, dicembre più di altri periodi dell’anno, ci induce a fare calcoli sul divenire, a sbirciare dalla finestra per capire quale sarà il vento, a sviluppare un forecast del budget già abbozzato prima. “Chissà chissà domani, su che cosa metteremo le mani” è l’incipit di “Futura”, canzone del 1979 (allora si era in piena guerra fredda) composta da Lucio Dalla mentre, pare, si trovava a Berlino, seduto su una panchina posta nei pressi del famoso muro (almeno così si racconta).

Considerato che oramai a dicembre ci siamo mi chiedo, prendendo a prestito la suggestione della canzone: domani, su che cosa metteremo le mani? Temo di non sbagliare nel ritenere che una volta, al futuro si guardava con diverso e maggiore ottimismo.

E’ un argomento, quello sulle “futuribili umane aspettative”, sul quale molto si è scritto (l’Emerito Prof. Sabino Cassese, tra gli altri autori, lo ha egregiamente fatto nel suo “Una volta il futuro era migliore. Lezioni per invertire la rotta”) e si continua ancora a scrivere (proprio in questi giorni è in uscita “10 Mosse per affrontare il futuro” di Oscar Farinetti); la qual cosa rinforza in qualche modo la sensazione che nei confronti del futuro si sia forse persa un po’ di fiducia, di credibilità.

Le condizioni di vita attuali sono sensibilmente migliorate rispetto a prima: si vive più a lungo, le classi popolari hanno in generale migliorato la loro condizione (disponendo di acqua potabile, energia elettrica e servizi igienici domestici, ospedali, ferie, accesso alla pensione), la scienza ha messo a punto cure più specifiche che aumentano la possibilità di guarigione, ci si nutre in maniera più attenta e sana, viviamo in un paese libero, possiamo accedere ai benefici del progresso tecnologico.

Al contempo però se si fa un confronto con altri Paesi nemmeno distanti dal nostro, appare evidente un divario, oggi più marcato rispetto al passato, in termini di minore crescita, perdita di competitività, livello di istruzione non proprio soddisfacente, perdita di know how anche intellettivo (troppi i giovani talentuosi che vanno a far fortuna altrove), marcata difficoltà a trovare un’occupazione lavorativa, crescita della povertà, aumento sproporzionato del debito pubblico che grava su ciascuno di noi, sempre maggiore difficoltà ad arrivare alla pensione, degrado di molte città. Forse “stavamo meglio quando stavamo peggio?” (quante volte lo abbiamo sentito dire?!).

Non credo o per lo meno non mi pare del tutto corretto, stiamo certamente meglio di prima ma stiamo anche peggio rispetto ad altri Paesi e la prospettiva appare a tinte fosche per i cambiamenti, le tante e repentine transizioni che questo mondo sta affrontando.

In tutta onestà no so dire se però sia effettivamente giustificata la pregiudizievole sfiducia in un domani migliore anzi, per dirla tutta, non so nemmeno se abbia effettivamente senso avere troppe apprensioni per l’avvenire. Personalmente (opinabilissima mia idea), mi concentrerei molto di più sul presente, mi applicherei sull’oggi: d’altronde, cos’altro è il domani se non oggi … dopo la mezzanotte?! Ma in un contesto fatto di luci ed ombre (stiamo meglio di prima per certi versi, ma anche peggio per altri), ci sono motivi per poter contare in un futuro con meno ansie, minori preoccupazioni più agiato e sicuro? Chi può dirlo ?! Certo che nei limiti del possibile meglio sarebbe, per quel che possiamo, darci da fare per indirizzarlo il domani piuttosto che subirlo. Per mia esperienza si può iniziare ponendo oggi (non in un tempo che verrà) le basi, occupandoci (da subito) del futuro come collettività più che come individui (esseri umani più che persone), imparando a non confondere il virtuale (che è ciò che appare) col reale (che è ciò che è vero), a usare bene il tempo che abbiamo, dedicandolo ad esempio all’istruzione e perché no, anche all’ozio (spesso la “noia”, facendo il suo lavoro, mi ha fornito “intuizioni” felici e del tutto inaspettate), ad essere, come invita l’Emerito Professore Cassese, più comunità che visi nella folla, a dare vita ai giorni che il tempo regala alla nostra vita.

“Il mondo ormai sta cambiando e cambierà di più. Ma non vedete nel cielo quelle macchie di blù? E’ la pioggia che va e ritorna il sereno”, cantavano i Rokes con Shell Shapiro nel 1966 (mi pare); è l’arcobaleno ad annunciare il sereno, facciamo che esca.

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