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The end

Quanto e come l’high technology sia diventata parte integrante della nostra vita quotidiana è cosa oramai risaputa e sotto gli occhi di tutti. Resta da chiedersi se oltre che della nostra esistenza, sia destinata a divenire anche parte della nostra fine vita.

Pochi giorni or sono alcune testate, non solo on line, hanno diffuso la notizia di un “tavuto” fai da te supertecnologico. Per chi leggesse dal Garigliano in su, chiariamo che il termine “tavuto” o anche “tauto” sta ad indicare, tradotto dal napoletano vernacolare, la bara. In Svizzera hanno messo a punto un tauto destinato pare ad essere sperimentato nelle prossime settimane che, come spiega l’azienda produttrice, “cerca di integrare le nuove tecnologie per rendere la morte elettiva pacifica, un diritto di tutti gli adulti razionali” (parafrasando il Principe De Curtis, una sorta di “livella” innovativa, al passo coi tempi).

Attivata internamente da chi decidesse di mettere fine alla propria vita, il tauto sprigiona al suo interno, innescando volontariamente un apposito meccanismo, azono liquido che fa calare drasticamente i livelli di ossigeno in pochi secondi. La persona non dovrà fare altro che entrare nel tavuto e sdraiarsi sul comodo lettino; dopodiché, dovrà rispondere a una serie di domande e poi potrà premere il pulsante posto all’interno della cascia (termine analogo a tauto), facendo così partire il meccanismo nei tempi che preferisce. A causa dell’assenza di ossigeno, l’occupante del tavuto perde i sensi per poi spirare, il tutto in pochi secondi e in modo indolore, sempre secondo quanto dichiarato dal produttore.

Non si vuole affatto qui alimentare il discorso sul fine vita, se sia etico o meno, lo lasciamo volentieri alla nutrita schiera di teologi, filosofi, scienziati, medici, giuristi e politici più titolati e qualificati, pur avendo chi scrive il proprio punto di vista al riguardo. A sostenere la curiosità ed alimentare la suggestione è la forma, ipertecnologica ed accattivante della bara, un device a forma di capsula, simile a una mini navicella spaziale, fornito di un comodo lettino e montato su un supporto a piano inclinato a fungere da base. Anzichè ad un passaporto per il cielo, potrebbe tranquillamente essere scambiata per un oggetto da esposizione (da collezione porterebbe male), un pochino come quella “motocicletta 10HP tutta cromata, è tua se dici sì”, del famoso brano targato Battisti Mogol che, pare fatto a posta, si intitola “Il tempo di morire”. Il dispositivo a forma di capsula, porta alla mente le parole di uno che di device, di design e di tecnologia, seppur di tutt’altra natura, se ne intendeva assai assai.

Nella biografia di Steve Jobs, l’autore Walter Isaacson, famoso scrittore e giornalista statunitense, già caporedattore della rivista Time nonché A. D. e Presidente della CNN, l’unica pare autorizzata dal creatore di Apple, riporta un episodio proprio nell’ultima pagina della biografia nel capitoletto intitolato “Coda”. Racconta che in un pomeriggio di sole, mentre si sentiva poco bene, Jobs, seduto nel giardino dietro la sua casa si mise a riflettere sulla morte. Parlò delle sue esperienze in India, del suo studio del buddhismo, e delle sue idee sulla reincarnazione e sulla trascendenza dello spirito. “Nell’esistenza di Dio credo al 50%” disse, aggiungendo che: “per la maggior parte della vita ho provato la sensazione che nella nostra esistenza ci debba essere qualcosa in più di quanto appare agli occhi”. Ammise che, di fronte alla morte forse stava sovrastimando tale possibilità per il desiderio di credere nell’aldilà. “Mi piace pensare che dopo la morte qualcosa sopravviva” disse, aggiungendo: “E’ strano pensare che uno accumuli tanta esperienza, magari anche un po’ di saggezza, per poi andarsene completamente. Perciò voglio davvero credere che qualcosa sopravviva, per esempio che la coscienza non venga meno”. Poi racconta l’autore, Jobs fece una lunga pausa di silenzio. “ma d’altra parte forse” aggiunse, “si tratta solo di un pulsante on/off, clic! E te ne vai”. Fece un’altra pausa e con un lieve sorriso “Forse” aggiunse, “è per questo che non mi è mai piaciuto mettere pulsanti on/off sugli apparecchi Apple”. E allora che facciamo, sugli apparecchi Apple no e sui tavuti sì?!

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