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E’ SUCCESSO A COPENAGHEN

Entrambe città portuali, Napoli e Copenaghen sono accomunate dalla presenza del mare che ne traccia identità dissimili oltre che da una storia di sirene e sirenette insita nel loro destino. Era una gelida mattina di gennaio del 2026 e Copenaghen si era svegliata avvolta in una nebbia che faceva sembrare il porto un set cinematografico. La Sirenetta seduta sul suo scoglio più malinconica del solito, osservava il panorama con speranza ed un pizzico di apprensione; aveva sacrificato la sua vita marina per amore e sperava tanto in un’impresa dei suoi. Quella sera infatti c’era la partita di Champions ed i tifosi di casa, prima dell’inizio della gara, avevano offerto “caffè sospesi” ai tifosi ospiti della squadra avversaria del Napoli, in segno di benvenuto e di connubio culturale tra le due città. Anche l’altra sirena, Partenope, sentiva l’aria tesa, con il Napoli che affrontava quella sfida in piena emergenza infortuni. Ad un tratto la Sirenetta scorse nella fitta bruma un gruppo di tifosi napoletani che le veniva incontro. Quando furono al suo cospetto, nel tentativo di renderne meno sconsolato e più colorato l’aspetto, il gruppetto, con un’agilità degna di un terzino d’ assalto, si arrampicò sulla Sirenetta avvolgendole intorno al collo la sciarpa azzurra con la scritta “Napoli Campione”, intrisa del profumo di ragù della domenica. Lo scoglio sussultò, la statua di bronzo fremette; per la prima volta dal 1913 quando fù inaugurata il metallo si scaldò, assumendo una sembianza umana rubiconda e colorita. I turisti e i residenti, accorsi sulla banchina di Langeline rimasero pietrificati: la Sirenetta era comparsa. Al suo posto, seduta sullo scoglio bagnato, c’era una donna in carne ed ossa, con i capelli neri come la lava e occhi carichi di un dolore millenario. Era Partenope. Alla sua vista i cittadini, solitamente composti, iniziarono a sentire un desiderio irrefrenabile di gesticolare, fare ammuina e di pranzare all’aperto, nonostante ci fossero svariati gradi sottozero. “Sorella di metallo” sussurrò Partenope alla Sirenetta tornata negli abissi, con la voce che portava l’eco del Vesuvio ed il profumo dei limoni di Sorrento, “perché te ne stai qui a farti fotografare immersa nel tuo dolore solitario? Il mondo è stanco di una bellezza immobile! A Napoli mi hanno trasformata in città e mi hanno amata. Il mare reclama i suoi miti!”. Fu allora che la Sirenetta emerse dal mare unendosi a Partenope in un paradosso temporale. Fu un incontro di completamento: la malinconia del Nord incrociò la passione del Sud. Partenope insegnò alla Sirenetta a cantare, non per distruggere i marinai, ma per scuotere le anime intorpidite dal gelo. In cambio, la Sirenetta donò a Partenope un momento di quiete, la capacità di osservare il mondo senza la necessità di doversi costantemente arrabattare. Quel giorno gli abitanti di Copenaghen videro nella baia un riflesso scintillante, due figure danzavano sul mare nuotando con una grazia ritrovata.

Alla sera quel riflesso svanì. La Sirenetta tornò a essere bronzo, ma chiunque l’ebbe vista nei giorni a venire giurava che la sua espressione fosse cambiata: non più una vittima rassegnata, ma una creatura che nascondeva un segreto solare.

A Copenaghen il Napoli ha praticamente buttato alle ortiche il suo cammino in Champions, pareggiando una partita che doveva e poteva tranquillamente vincere. L’accesso ai play off della massima competizione europea è praticamente ridotta al lumicino e forse anche meno. Oltre al pallone resta però la favola e si sa che spesso le favole nascondono un lieto fine. Fingers crossed!!

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