LO SPORT-WASHING
Lo Sportwashing è una strategia usata dai governi, che sfrutta lo sport per distogliere l’attenzione dalla situazione umanitaria dei propri paesi. Avviene con l’acquisto di squadre sportive, organizzazione di eventi o sponsorizzazione degli stessi. Tramite queste operazioni si riesce a proiettare all’esterno un immagine del paese democratica. Si tratta quindi di spostare lo sguardo dell’osservatore sullo sport e sui successi ad esso legato.
Un esempio di Sportwashing sono gli Arabi. Un popolo ricco. Partito dall’essere sponsor di maglie di calcio e che oggi ospita/organizza eventi sportivi internazionali. Come il Qatar che ha ospitato i Mondiali di Calcio 2022. Oppure gli Emirati Arabi, tappa fissa della Formula1.
Il Qatar pochi decenni fa era noto per non riconoscere i diritti delle donne e di tutte le minoranze. Un paese in cui il voto alle donne è stato concesso solo nel 1999 ed in cui, ancora oggi, devono sottostare alla volontà e alle concessioni del padre o marito. In cui l omosessualità è ancora punita con la reclusione. Eppure oggi, se pensiamo al Quotar, la prima cosa che ci viene in mente è la Formula 1, il calcio, il petrolio, il danaro. Ci risulta un luogo moderno e sicuro… esattamente questo è lo sportwashing.
Tutto ciò è possibile perchè i giornalisti sportivi e gli appassionati, sono concentrati solo sul grande evento, e quindi non notano le strategie politiche nascoste. Il tutto accade in modo velato.
LE OLIMPIADI
Nate nel 776 a.C. in Grecia come celebrazione religiosa e atletica in onore di Zeus. Il tratto ritenuto da sempre più affascinante, è che per l’occasione veniva promossa la “tregua sacra“: qualunque guerra doveva necessariamente fermarsi durante i Giochi Olimpici.
Attualmente le Olimpiadi hanno perso quello lo spirito di pace e sacralità che avevano una volta. Lo scandalo di Milano-Cortina 2026, risiede nel fatto che è stata data la possibilità di partecipare a Israele. Uno stato (illegittimo) accusato formalmente, dall’ONU e dalla Corte Internazionale di Giustizia, di “Crimini di Guerra e Genocidio contro il popolo palestinese”.
IL REGOLAMENTO DEI GIOCHI OLIMPICI PER LE NAZIONI IN GUERRA
I regolamenti dei Giochi Olimpici si basano sulla Carta Olimpica. Essa definisce i principi, le regole tecniche di ogni disciplina e le norme di ammissibilità, gestite dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO).
Il regolamento dei Giochi, per il principio della “Tregua Olimpica“, chiede la cessazione delle ostilità durante il periodo dei giochi. Questo però non è sempre possibile al giorno d’oggi. Sono allora state attuate una serie di misure per evitare che il clima dei conflitti entri nelle olimpiadi.
E’ vietata la partecipazione agli “Stati Aggressori“, cioè che sono in guerra e hanno la responsabilità di aver attaccato un altra nazione. Questi Stati Aggressori non possono partecipare ai giochi, essere rappresentati, sfilare nelle cerimonie o esporre bandiere.
Gli atleti facenti parte di queste nazioni, se soddisfano severi criteri, possono pero partecipare ai giochi. Questa categoria è chiamata “Atleti Neutrali Individuali“. I criteri di ammissibilità sono:
- Nessun supporto attivo alla guerra, non devono aver espresso supporto per l’invasione;
- Nessun legame militare, non devono essere sotto contratto con le agenzie militari o di sicurezza nazionale;
- Solo competizioni individuali, non sono ammesse squadre;
- Divieto di Simboli, gli atleti neutrali gareggiano sotto una bandiera neutra e senza inno nazionale.
ISRAELE AMMESSO AI GIOCHI PUR NON RIENTRANDO NEI CRITERI
Nelle Olimpiadi Invernali 2026, anche essendo uno Stato Aggressore, Israele è stato ammesso ai Giochi. Questa decisione ha suscitato malcontento in alcuni rami parlamentari e nei cittadini di ogni paese. Come accade spesso, questa decisione non è stata giustificata, né spiegata.
I dati di fatto sono due: Israele è uno Stato Aggressore e alle Olimpiadi è vietata la partecipazione da parte di Stati Aggressori. Come possa parteciparvi… non è dato sapersi.
Un’ulteriore e sconvolgente violazione del regolamento– nonché di ogni moralità- risiede negli atleti israeliani. La maggior parte di essi sono ex soldati Idf, che rivendicano con orgoglio il massacro nella Striscia. Mentre il Comitato Olimpico Internazionale esclude sportivi russi e bielorussi dopo l’aggressione in Ucraina, accetta senza remore ex soldati sionisti.
Tra questi atleti troviamo Adam Edelman. Atleta che si è sempre definito “sionista fino al midollo”. Sui social ha ripetuto svariate volte che il Genocidio di Gaza è “la guerra moralmente più giusta e più umana nella sua esecuzione della storia”. Sempre sui suoi social, ha anche giustificato l’uccisione di medici e giornalisti a Gaza.
Su questo il COI non si esprime. Però esclude dai Giochi un atleta ucraino, per aver indossato un casco commemorativo, raffigurante i suoi colleghi uccisi in guerra. Motivo dell’esclusione è il “divieto di manifestazioni o propaganda nei siti di gara”… i Regolamenti valgono solo nei confronti di chi non è ebreo.
Come sempre, due pesi e due misure.
SPORTWASHING MESSO IN ATTO DA ISRAELE
Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state finanziate per il 90% con fondi pubblici – anche se a pagare sarebbero dovuti essere gli sponsor. Risorse collettive tolte alla popolazione per disboscare, devastare montagne e costruire opere già presenti a Torino per le Olimpiadi 2006. Delle costose e moderne cattedrali nel deserto. Tutto ciò fa da contorno ad un problema politico. Il cuore della questione è che, chi sale sul palco olimpico, usa lo sport per normalizzare l’ingiustificabile.
Le Olimpiadi, diventano oggi, una piattaforma per ripulite l’immagine di Stati e aziende coinvolti in crimini internazionali.
Tra i principali sponsor troviamo Eni e Coca-Cola. La prima collabora con Israele nello sfruttamento di gas e petrolio nelle aree palestinesi occupate. La seconda sponsorizza eventi che celebrano la Nakba– cioè la giornata commemorativa palestinese che ricorda lo sfollamento forzato di oltre 700.000 palestinesi, in concomitanza con la creazione dello Stato di Israele. Quello che è l’inizio del genocidio palestinese, viene festeggiato dagli israeliani…
A Milano-Cortina si tradiscono i principi stessi dello sport olimpico di pace, uguaglianza, rispetto dei diritti umani e ripudio della guerra.
Permettere a Israele di competere senza restrizioni, contribuisce a distogliere l’attenzione mediatica dall’invasione in Palestina. Nonché a rafforzare relazioni diplomatiche e sportive che legittimano l’azione del governo israeliano. Si sfrutta così l’idea di neutralità dello sport per costruire consenso e attenuare le critiche internazionali.
Come ricordatoci da Amnesty Internazional:
“Mentre si accendono i riflettori sulle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina, sulla Striscia di Gaza è calato il buio più totale. E proprio grazie a questo silenzio internazionale Israele nasconde il suo genocidio. Dal cosiddetto “cessate il fuoco”, infatti, sono centinaia le persone palestinesi uccise in attacchi mirati. Gli aiuti continuano a non essere sufficienti, migliaia di persone restano detenute in condizioni terribili, Israele incrementa giorno per giorno il territorio palestinese sotto il proprio controllo. Il percorso verso la giustizia resta sbarrato. Noi non toglieremo mai gli occhi dalla Striscia di Gaza, neanche mentre tiferemo la nostra atleta o il nostro atleta preferiti. Anche quando esulteremo per una vittoria. Perché non vincerà nessuno se alle Olimpiadi non si potrà celebrare davvero la solidarietà tra le popolazioni”.



