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Il popolo boccia la riforma del sistema giudiziario: Meloni vulnerabile, cadono le prime teste in Parlamento

Dopo tre anni e mezzo di governo, le numerose promesse del centrodestra su riforme e giustizia sono per lo più svanite nel nulla. Tra le tante, quella sulla quale elettori e ministri confidavano era proprio il Referendum giustizia, che avrebbe dovuto totalizzare il 59% di consensi.

La realtà, si sa, ha il vizio di non adeguarsi alle aspettative. Il Referendum Giustizia 2026 si conclude con il 53.7% di voti contrari. A stupire le istituzioni ci ha pensato il dato sull’affluenza, che tocca il 58.9% degli aventi diritto.

Un’amara sorpresa per la coalizione di centrodestra salita al governo con il 44% dei voti, che di certo non si aspettava una totale perdita di consenso elettorale. Un calo prevedibile date le reazione del popolo a varie decisioni di questo governo.

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è detta rammaricata per l’esito, ma ha escluso categoricamente le sue dimissioni. Una tutela preventiva che ha suscitato critiche dall’opposizione.

Una Presidente debole e una maggioranza che vacilla. La strategia messa in atto per riconquistare il consenso dei cittadini e quindi acquisire stabilità: fare piazza pulita. Si sono così innescate una serie di dimissioni degli esponenti di centrodestra. Si dimette il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, coinvolto in affari con la figlia del prestanome del boss Michele Senese. Ma, di certo, il coinvolgimento di Delmastro in gravi vicende non è una novità. Nel tentativo di ripulire il volto del partito, si dimette anche il Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, travolta dalle polemiche per i toni usati contro la magistratura, definita da lei “un plotone di esecuzione” e per il suo ruolo nel caso Almasri.

I primi due capri espiatori non si sono fatti attendere. Ma così non è stato per il terzo bersaglio di comodo. La Ministro del Turismo Daniela Santanchè ha aspettato che le fossero chieste in modo inequivocabile le dimissioni, e cosi è stato. La Meloni, in una nota del Palazzo Chigi, “esprime apprezzamento per la scelta di Delmastro e di Giusi Bartolozzi… ed auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro Santanchè“.

Ironico il commento di Conte, leader del M5S: “Ci sono voluti tre anni e 15 milioni di cittadini che hanno votato no al referendum per far dimettere una ministra responsabile di truffa Covid ai danni dello Stato”.

I tre ministri, costretti alle dimissioni, mostrano quanto fosse importante questo Referendum per il governo Meloni. Avevano comunicato di avere come obiettivo almeno una grande riforma prima delle elezioni del 2027. Ma tra quelle proposte, la magistratura era l’unica su cui sperare. Dal momento del prematuro fallimento delle altre — quella sull’autonomia differenziata, smantellata dalla Corte costituzionale, e quella sul Premierato, arenata in Parlamento — il Referendum Giustizia rappresentava la loro ultima speranza.

Tra capri espiatori, mozioni simboliche e dimissioni clamorose, il governo Meloni scopre che la vittoria elettorale non sempre si traduce in consenso reale. Il popolo ha detto “no”, e la politica è costretta a fare i conti con le conseguenze.

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