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Italia, il fallimento è totale: va rifondato il sistema

Sconfitta ai rigori contro la Bosnia e terza esclusione consecutiva dal Mondiale: il disastro azzurro non nasce in una notte, ma da anni di omissioni, alibi e riforme mai fatte

Alla fine il verdetto è arrivato, pesante come una saracinesca che si abbassa di colpo: l’Italia non parteciperà al Mondiale 2026. Gli azzurri hanno perso contro la Bosnia-Erzegovina nella finale dei playoff, dopo l’1-1 nei tempi regolamentari e supplementari e il ko ai rigori, mancando così la qualificazione per la terza Coppa del Mondo consecutiva, dopo le assenze del 2018 e del 2022. Un fatto storico in negativo per una Nazionale che resta pur sempre quattro volte campione del mondo. 

Non è solo una delusione sportiva. È qualcosa di più profondo, di più corrosivo, di più umiliante. È la certificazione ufficiale che il calcio italiano, almeno a livello di Nazionale maggiore, vive una crisi strutturale che non può più essere raccontata come un incidente, una serata storta o una semplice generazione meno brillante delle altre. Quando un fallimento si ripete tre volte di fila, smette di essere eccezione e diventa sistema. 

Il punto è proprio questo: qui non basta più interrogarsi sull’allenatore, sui rigori sbagliati o sull’episodio della singola partita. Certo, la gara di Zenica ha avuto i suoi snodi decisivi, dall’espulsione di Bastoni al pari bosniaco nel finale, fino alla resa dal dischetto. Ma sarebbe troppo comodo fermarsi lì, come se il crollo fosse nato solo in novanta minuti diventati centoventi. La verità è che quella partita è stata soltanto l’ultimo specchio di una casa già piena di crepe. 

Nel dopo gara, Gabriele Gravina ha difeso la parte tecnica, ha detto di aver chiesto a Gennaro Gattuso e a Gianluigi Buffon di restare, e ha rinviato ogni valutazione politica al prossimo Consiglio federale. Allo stesso tempo ha ammesso la responsabilità della Federazione, parlando però di una crisi che coinvolge tutto il movimento, dai club alle leghe. È una linea che, sul piano formale, può anche avere una sua logica. Sul piano sostanziale, però, non basta più. Perché quando si governa per anni un sistema che continua a produrre macerie, la responsabilità non può essere diluita come zucchero nell’acqua. 

Ed è qui che il discorso si fa scomodo, ma inevitabile. Il calcio italiano è ostaggio delle proprie contraddizioni. Da una parte si celebra il talento dei giovani, dall’altra si fatica a dare loro spazio vero e continuità. Da una parte si invoca il senso di appartenenza alla maglia azzurra, dall’altra il calendario, gli interessi economici e le priorità del sistema club sembrano divorare ogni spazio di costruzione seria per la Nazionale. Persino questo tema è entrato nel dibattito pubblico, con varie critiche alla difficoltà di ritagliare tempo utile per il lavoro della selezione, mentre la macchina del calcio professionistico continua a correre altrove. 

Non sorprende, allora, che la reazione sia stata furibonda. In Italia il calcio non è semplicemente uno sport. È linguaggio collettivo, memoria, identità popolare, rito laico che attraversa generazioni. Per questo un’esclusione del genere non pesa solo sul campo, ma si abbatte anche su tifosi, addetti ai lavori, media e immaginario nazionale. È un danno tecnico, economico e simbolico insieme. Reuters e AP hanno raccontato un Paese ferito, incredulo, travolto da nuove polemiche su gestione, sviluppo del talento e direzione politica del movimento. 

Il rischio più grande, adesso, sarebbe il solito: cambiare qualche volto, pronunciare parole solenni, promettere riforme e poi lasciare tutto com’è. Sarebbe l’ennesimo maquillage su un edificio che ha bisogno non di una mano di vernice, ma di fondamenta nuove. Servono scelte impopolari, competenza vera, una politica sportiva chiara, investimenti seri nei vivai, coraggio nella valorizzazione dei giovani italiani e una ridefinizione dei rapporti tra interesse federale e interessi dei club. Altrimenti il calcio italiano continuerà a girare in tondo come una ruota bucata: fa rumore, ma non va da nessuna parte.

In questo senso, chiedere una profonda assunzione di responsabilità da parte dei vertici non è disfattismo. È il minimo sindacale. Perché il problema non è soltanto aver perso ai rigori contro la Bosnia. Il problema è essere arrivati fin lì già svuotati, già fragili, già impoveriti di credibilità. E quando una Nazionale come l’Italia resta fuori dal Mondiale per sedici anni, dal 2014 al 2030 se non cambierà rotta, non è più solo una pagina nera. È un’epoca nera. 

Il punto, in definitiva, è semplice e brutale: non serve più trovare capri espiatori usa e getta. Serve guardare in faccia la realtà. Il calcio italiano ha toccato un fondo che pensava di aver già toccato. E invece il pavimento si è aperto ancora, trascinando tutti un piano più sotto.

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