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Le teste di calcio

Sono giovani, alcuni giovanissimi, bravi ragazzi ovviamente e figli di impiegati, calzolai, panettieri. La loro giovane età racconta che la stragrande maggioranza di essi non sono ricchi da molto e che le veline le guardavano a Striscia la notizia fino a pochi anni prima. Dopo i ventitre all’incirca, iniziano a destreggiarsi da “young man”, quando metabolizzano il futuro da “uomo impresa” grazie alle loro qualità. Giocano a calcio. I sacrifici si, quelli si fanno pure se sei tabaccaio; la fatica è ovvia, con gli allenamenti e gli autografi e i selfie, i viaggi e i fusi orari. Nessuno ti regala niente a questo mondo ed il male di questo mondo non è responsabilità dei calciatori: pure loro, restando in tema Pasquale e di vie crucis, avranno le proprie personali croci da portare. Tra la povertà e la ricchezza sceglieranno sempre la ricchezza. Nulla di scandaloso, chiaro, anzi, e non è nemmeno strano che lo facciano pure quando c’è da difendere l’onore della nazione, quando possono far vivere la gioia di un mondiale ai tredicenni (frase da oscar per la demagogia) o concedere, (è più che lecito per i diretti interessati fare segni apotropaici) l’ultima rassegna calcistica iridata ad un ottuagenario. La pietra dello scandalo, per gli ingenui, è un’ assegno di 300 mila euro da dividersi tra loro, che i (nostri?) calciatori, quelli che sono andati in Bosnia, avevano chiesto per la qualificazione ai campionati del mondo. Un prezzo modico, non c’è che dire, se incluso nel prezzo, alla presenza al torneo più importante ci sommavi le dichiarazioni di orgoglio di essere italiani in tutte le interviste, compresi gli oriundi, e la preziosa performance in tutte le partite del canto dell’inno di Mameli. A squarciagola.

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