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Campania, via libera all’aborto farmacologico: la terza Regione in Italia ad adeguarsi alle linee guida ministeriali

La Regione Campania è diventata la terza in Italia ad introdurre la possibilità per le donne di ricorrere all’interruzione di gravidanza farmacologica.

La Giunta ha approvato, con la delibera n. 143 del 23 aprile 2026, l’organizzazione del servizio giornaliero per l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, fino a 9 settimane. Le prestazioni non necessiteranno più della procedura chirurgica, ma saranno erogate gratuitamente presso ambulatori, consultori familiari e a domicilio. Le donne che lo vorranno potranno quindi abortire senza seguire il precedente arcaico metodo, che prevedeva l’aspirazione uterina chirurgica effettuata in strutture ospedaliere.

Tutte le tecniche disponibili per interrompere gravidanze indesiderate sono perfette dal punto di vista concettuale, peccato che ci siano grandi problemi di applicazione a causa dei medici obiettori di coscienza. Oggi in Italia il 63,4% dei ginecologi è obiettore di coscienza. Si registrano oltre 30 strutture sanitarie che hanno come personale il 100% di ginecologi obiettori. Questi dati sono un grande problema sanitario, di cui si occupa da anni il diritto.

La Legge 194/1978 ha consentito l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni, depenalizzando l’aborto e tutelando la maternità. Questa norma disciplina l’obiezione di coscienza all’art. 9, prevedendo che il personale medico possa dichiararsi obiettore di coscienza, rifiutando quindi di partecipare alle procedure per motivi etici o religiosi. Ma disciplina altresì che le strutture pubbliche devono garantire il servizio. Ospedali e Regioni sono obbligati a organizzarsi in modo che l’IVG sia comunque accessibile.

Nel Paese è dal 2020 che le linee guida ministeriali permettono l’aborto farmacologico, ma le Regioni non si sono attivate in questo senso, limitando ancora la libertà delle donne. La decisione della Campania è: «Un passo concreto per tutelare la salute delle donne, rafforzandone diritti e autodeterminazione», come ha dichiarato il presidente della Giunta regionale Roberto Fico, annunciando l’introduzione del Percorso ambulatoriale coordinato e complesso.

La Campania diviene la terza regione che tutela il diritto d’aborto, dopo il Lazio nel 2021 e l’Emilia-Romagna nel 2025.

Viene da chiedersi come sia possibile che le Regioni possano “decidere” su temi sensibili come il diritto all’aborto. La spiegazione è semplice:

Il diritto all’aborto è disciplinato dalla Legge 194/1978, una legge statale e quindi vincolante su tutto il territorio nazionale. Ciò significa che tutte le Regioni devono garantirlo: non possono abolirlo né limitarlo arbitrariamente. La sanità, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, è organizzata in modo “decentrato”, nel senso che lo Stato stabilisce regole e diritti, ma le Regioni gestiscono come quei servizi vengono erogati concretamente.

In questo quadro, il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è garantito su tutto il territorio nazionale dalla Legge 194/1978, ma la sua concreta applicazione dipende dall’organizzazione del sistema sanitario regionale. La differenza tra le Regioni non riguarda quindi l’esistenza del diritto, ma le modalità e la facilità con cui esso viene effettivamente esercitato.

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