Ci sono viaggi in cui è il tragitto a stabilire la meta e ci sono strade che a prima vista non sembrano converge. E’ come se fili di colore diverso corressero paralleli tra loro, fino a quando la storia non decide di intrecciarli in un’unica trama, rivelando un disegno, una narrazione, che gli occhi da soli forse non vedrebbero.

Alex Schwazer è uno dei casi più complessi, dibattuti e tormentati dello sport italiano, il suo trascorso è frastagliato da vittorie e record prestigiosi, una caduta rovinosa causata dal doping (peraltro da lui mai negata o contestata) e da un’ accesa battaglia legale che ha sollevato ombre a dir poco inquietanti sul sistema antidoping internazionale. Nel 2008 alle Olimpiadi di Pechino, Schwazer conquista l’oro nella 50 Km di marcia stabilendo il record olimpico. Quattro anni dopo nel 2012, in concomitanza con le Olimpiadi di Londra, in seguito ad un controllo antidoping effettuato a sorpresa dalla WADA (World Anti Doping Agency), viene trovato positivo all’eritroproteina (EPO). Il CONI lo esclude dalla gara olimpica di marcia e il tribunale nazionale antidoping gli commina una squalifica che durerà fino a gennaio 2016. Per questo avvenimento che gli costerà la sospensione dall’Arma dei Carabinieri, la risoluzione di contratti di sponsorizzazione ed il patteggiamento a 8 mesi di reclusione e 6.000 Euro di multa dinanzi al Tribunale di Bolzano, Schwazer non ha mai negato gli addebiti ammettendo le sue colpe. Nel 2016, dopo aver vinto al suo esordio post squalifica, i campionati del mondo a squadre di marcia tenutisi a Roma, il Tribunale Arbitrale dello Sport infligge a Schwazer una nuova squalifica di ben otto anni che lo tiene fuori dalle gare fino al 2024 facendogli perciò saltare le olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016, quella di Tokio del 2020 e di Parigi del 2024. Un’altra squalifica che questa volta però ha il sapore di una profonda ingiustizia, di un destino che non voleva concedergli il perdono. La squalifica viene duramente contestata da Schwazer e dal suo legale che respingono con tenacia ed argomentazioni probanti le accuse, sostenendo con forza che il campione di urine prelevato ed esaminato, risultato peraltro negativo ad una prima analisi, avesse dato alla controprova responso di positività perché manipolato. Solo nel febbraio 2021, alla fine di un iter giudiziario e probatorio complesso che ha visto impegnati eminenti periti e consulenti ivi incluso il RIS dei Carabinieri di Parma, il Gip del Tribunale di Bolzano ha disposto l’archiviazione del procedimento penale assolvendo Schwazer per “non aver commesso il fatto”, ritenendo “accertato con alto grado di credibilità razionale” che i campioni di urina “siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e, dunque, di ottenere la squalifica e il discredito dell’atleta come pure del suo allenatore”. Inutile dire che la WADA non ha mai accettato l’esito della giustizia ordinaria, mantenendo perciò ferma la squalifica macchiata da ombre e sospetti. Oggi Alex Schwazer ha 41 anni suonati, ha appeso da tempo calzoncini, canotta e scarpini al chiodo, lavora in un albergo di Merano e collabora come consulente per la preparazione atletica della squadra di calcio del Sudtirol che milita in serie B. Si allena ancora ma solo quando può, nella pause pranzo che il lavoro gli concede e nel poco tempo che riesce a sottrarre alla famiglia. Per sua stessa ammissione è un amatore, di certo non più un atleta. Eppure il 27 aprile scorso, partecipando a Francoforte ad una gara di marcia su una distanza di 42 Km e 195 metri, valida per i campionati tedeschi open, Alex Schwazer ha stabilito il nuovo record italiano nella maratona di marcia, abbassando di circa 3 minuti il tempo fatto registrare dal giapponese Hayato Katsuki, vincitore appena pochi giorni prima del campionato mondiale di marcia a squadre tenutosi a Brasilia. Il nuovo record italiano forse non verrà mai omologato per contorti motivi burocratici ma ci piace immaginare che ogni passo di marcia, ogni chilometro percorso in quel di Francoforte suonasse come un “sono ancora io”. Il nuovo record fissato da Schwazer, omologato o meno, è il trionfo della fatica che non conosce scorciatoie ma solo ore di solitudine e anni di amarezza. A Francoforte Alex Schwazer ha rintracciato la mappa dove l’uomo incontra il campione, ha trovato qualcosa di più grande di un record: ha scoperto il valore della propria integrità ritrovata. Oggi non è solo un marciatore al quale hanno sottratto anni preziosi, ma un uomo che ha ritrovato se stesso. La sua vittoria più bella non è un metallo appeso al collo, ma l’affermazione della sua dignità. La storia di Alex Schwazer sembra essere perfettamente racchiusa nei versi del brano “I’m Still Standing” di Elton John che dicono “Don’t you know I’m still standing better than I ever did? – Looking like a true survivor, feeling like a little kid.”
Il 26 aprile scorso un atleta Keniota di 31 anni Sabastian Kimaru Sawe, ha vinto la maratona di Londra, infrangendo il muro delle 2 ore, un traguardo ritenuto invalicabile, una barriera fisica e psicologica, considerata per decenni il limite estremo della biologia umana. Col tempo di 1 ora 59 minuti e 30 secondi Sawe ha fissato il nuovo record mondiale della disciplina su un circuito, quello londinese niente affatto veloce ed in assenza di “lepri” che ne agevolassero l’andatura.

Lo scorso Primo Maggio ci ha lasciato Alex Zanardi. Definire Zanardi uno sportivo è assolutamente riduttivo, lui è il “bollino di qualità” di quegli ingredienti speciali che ciascuno dovrebbe procurarsi per rendere proficuo e produttivo il tempo che ci viene assegnato su questa terra: entusiasmo, gioia, riconoscenza, gratitudine, positività, buonumore, disponibilità e fiducia verso il prossimo, accompagnati dall’intento di non piangersi inutilmente addosso. Zanardi è una lectio magistralis su come ridisegnare i confini del possibile, la resilienza che non si limita a sopportare l’urto ma lo trasforma in impulso stimolante. La sua è la storia di un uomo che ha usato l’ostacolo per ridisegnare la propria traiettoria, dimostrando che il senso del viaggio non sta nell’integrità del mezzo, ma nella forza della spinta.
Ciò che accomuna Zanardi, Schwazer e Sawe è il loro orientamento al superamento del limite. Pur appartenendo a contesti e discipline differenti, sono uniti da una cronaca che vede lo sport come strumento per infrangere barriere ritenute insuperabili, siano esse fisiche, legali o intrinseche alla condizione umana. Tutti e tre hanno sfidato i confini della realtà prestabilita, sono “viaggiatori del limite”. Zanardi ha esplorato il limite del corpo, Schwazer quello della giustizia e della resistenza temporale, Sawe il limite della velocità umana. Tutti e tre dimostrano che il coraggio non consiste nel non cadere o nel non avere confini, ma nel possedere la forza di volontà necessaria per ridisegnare la propria storia quando il mondo pensa che sia già stata scritta. “Non importa quanto stretto sia il passaggio, Quanto piena di castighi la vita. Io sono il padrone del mio destino, Io sono il capitano della mia anima” sono i versi finali di “Invictus” una poesia di fine 1.800 scritta da William Ernest Henley, poeta inglese afflitto da gravi malattie, che sembrano cogliere l’essenza delle storie citate.


