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Salario minimo, un minimo di analisi.

Uno degli argomenti che ha particolarmente vivacizzato il dibattito sociale e politico degli ultimi mesi è sicuramente stato il tentativo (al momento questo è) di introdurre per legge un salario minimo adeguato per i lavoratori.

La questione, che già in passato, seppur meno clamorosamente, aveva fatto capolino sulla scena politica, é tornata alla ribalta in seguito alla recente emanazione da parte della Commissione Europea di una direttiva sul tema specifico (a cui appresso si farà cenno), che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni dalla sua entrata in vigore.

Nei primi giorni del corrente mese di dicembre, il Parlamento ha respinto la proposta presentata da tutto il centrosinistra (esclusa Italia Viva) sul salario minimo, che prevedeva la soglia minima di 9 euro lordi l’ora introdotta per legge (https://www.passnews.it/2023/12/07/e-scontro-alla-camera-sul-salario-minimo/).

Tramite uno “stratagemma” parlamentare (previsto e comunemente adottato, va detto) ossia due emendamenti presentati dalle forze di governo, la proposta di legge dell’attuale opposizione, che prevedeva per l’appunto la soglia minima di 9 euro lordi l’ora, è stata trasformata in una doppia delega al governo che dovrà perciò entro sei mesi intervenire e mettere mano, sia (i) per garantire una equa e sufficiente retribuzione, sia (ii) per adottare controlli contro i cosiddetti “contratti pirata”.

Vi è chi sostiene che con la presentazione degli emendamenti che di fatto gliene hanno conferito la delega, il governo abbia inteso “sfilare” la materia al centrosinistra (e non parliamo proprio di un argomento qualsiasi, considerato che il tema salariale è storicamente uno dei cavalli di battaglia dell’attuale opposizione).

Da osservatore esterno, è parso, a mio modesto avviso, che la politica abbia ancora una volta perso un’occasione per fare la politica, ossia per essere “il disegno razionale del possibile e la sofferenza per raggiungere l’impossibile” (è la definizione che della politica dà Pietro Scoppola e la trovo particolarmente suggestiva).

Si sono misurate o forse meglio pesate, sullo sfondo di una scenografia plateale a tutto discapito della dialettica, due visioni manco a dirlo contrastanti: quella dell’attuale governo che tende a rafforzare e ad estendere la contrattazione collettiva, e quella dell’opposizione che invece punta a determinare per legge un salario minimo.

L’impressione che ne ho tratto è che la questione abbia assunto i toni più di una contesa ideologica, da dipanare per attrarre o blindare questo o quell’elettorato, piuttosto che essere posta come situazione da affrontare e risolvere. L’orientamento sul tema del salario minimo ha registrato un andamento al quanto fluttuante, sia da parte di certe organizzazioni sindacali che di alcuni partiti politici i quali, tramite taluni loro esponenti, hanno assunto nel tempo sull’argomento posizioni non sempre univoche.

Ma che cos’è il salario minimo e quale ne è la finalità? Come può essere stabilito? In quali paesi europei è applicato? Cosa prevede al riguardo il ns ordinamento giuridico? Cosa sono i “contratti pirata”? Cosa prevede la recente direttiva europea che ha rilanciato il dibattito sul salario minimo? Proviamo a procedere per gradi nel tentativo, non certo agevole, di mettere insieme i vari pezzi per arrivare ad una sintesi auspicabilmente chiara (speriamo!).

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), il salario minimo è l’ammontare di retribuzione minima che il datore di lavoro deve pagare ai propri dipendenti per una determinata quantità di lavoro (oraria, giornaliera, settimanale o mensile). La principale finalità del salario minimo è quella di contrastare la povertà attraverso la garanzia di una retribuzione che sia proporzionata al lavoro svolto. Il salario minimo può essere stabilito: (i) per legge (salario minimo legale), o (ii) dalla contrattazione collettiva nazionale, (iii) oppure dalla combinazione della fonte normativa (la legge) con la contrattazione collettiva. Attualmente il salario minimo esiste in tutti gli Stati membri dell’UE: in 21 Paesi esistono salari minimi legali, mentre in 6 Stati (Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) la protezione del salario minimo è fornita esclusivamente dai contratti collettivi.

Nell’ordinamento italiano non esiste un livello minimo di retribuzione fissato per legge, ma l’articolo 36 della Costituzione riconosce il diritto, per il lavoratore, ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Il richiamato articolo 36 va letto in combinato disposto con l’articolo 39 della Costituzione che attribuisce ai sindacati, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, il potere di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Uno dei motivi per cui in Italia non è ancora stato adottato un salario minimo fissato per legge è la diffusione dei Contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl). Questi contratti sono validi per interi settori economici e stabiliscono una serie di tutele per i lavoratori, tra cui i minimi salariali.

In genere i Ccnl sono il frutto di un accordo tra le principali sigle sindacali (tra cui Cgil, Cisl, Uil) e le associazioni dei lavoratori, ma non sempre è così. Alcuni contratti infatti sono stati sottoscritti da organizzazioni poco rappresentative dei lavoratori, prevedendo condizioni economiche e tutele inferiori rispetto a quelli siglati dai sindacati principali. Contratti di questo tipo, definiti “contratti pirata”, sono proliferati negli ultimi anni soprattutto a causa della mancanza di regole chiare. Si stima che i contratti collettivi nazionali di lavoro, depositati nell’Archivio nazionale del CNEL, aggiornato al 30 giugno 2023, sarebbero complessivamente ben 1.037! Alcuni dei contratti collettivi, già applicherebbero soglie salariali minime superiori ai 9 euro lordi l’ora. Si tratta di comprendere, stando all’intenzione del governo attuale, che grado di rappresentatività hanno tali contratti ed in che modo estenderli ad altre categorie. La direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 ottobre 2022, che ha riproposto agli onori della recente ribalta politica il tema del salario minimo, ha stabilito nuove norme che promuovono salari minimi adeguati al fine di conseguire condizioni di vita e di lavoro dignitose per i lavoratori in Europa. La direttiva dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni dalla sua entrata in vigore ed interviene nei seguenti ambiti:
• adeguatezza dei salari minimi legali;
• promozione della contrattazione collettiva per la determinazione dei salari;
• accesso dei lavoratori alla tutela garantita dal salario minimo.
Va detto che la direttiva non può imporre agli Stati membri né di introdurre un salario minimo legale laddove sia garantita mediante contratti collettivi e nemmeno di dichiarare un contratto collettivo universalmente applicabile.

Entro il 15 novembre 2029, è inoltre prevista una valutazione da parte della Commissione europea, che presenterà poi al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione con l’attuazione o meno della direttiva. Va altresì detto che quello tra Unione Europea e politiche salariali nazionali è un rapporto complesso, in quanto una competenza Europea in tema di “retribuzioni” è esclusa ab origine dall’art. 153 paragrafo 5, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Tutto ciò implica che l’Unione non possa allo stato attuale imporre agli stati membri uno standard salariale minimo comune.

Premesso quanto sopra, restano dunque le due posizioni divergenti, da un lato il governo corrente, che vorrebbe rafforzare ed estendere la migliore contrattazione collettiva, dall’altro l’attuale opposizione che vorrebbe invece un minimo salariale fissato per legge: quale delle 2 è giusta? Ciascuno ovviamente può trarne una propria idea e maturare la conclusione che reputa più equa, io personalmente non so quale sia; anzi meglio, reputo che il salario minimo sia un diaframma, una regolazione di luce, non ancora sufficiente a restituire una foto nitida, che per alcuni versi resta quindi ancora sfuocata, ossia il lavoro. Il salario è da sempre intrinsecamente collegato al lavoro. Nell’antica Roma i legionari venivano pagati con il sale: da qui la parola salario per indicare la retribuzione per il lavoro svolto.

La via Salaria ha questo nome perché progettata e realizzata principalmente per rifornire l’antica città di Roma di sale, un bene da sempre ritenuto così prezioso da non poter essere sperperato. Mi chiedo dunque se abbia effettivamente senso parlare di salario minimo, se lo si estrapola, lo si scardina dal suo alveo naturale, il lavoro, o se invece non sia il modo solito e a mio avviso desueto di porre il lavoro come un mero fine per percepire un reddito. Il lavoro non è mai stato solo questo, basterebbe leggere ed argomentare il primo comma del primo articolo della nostra Costituzione per comprenderlo.

Parlare di salario minimo o meglio, affrontare il tema del lavoro concentrandolo solo sul salario minimo, senza tenere conto dei complessi e molteplici aspetti economici e sociali, che appartengono al mondo del lavoro, è come parlare di musica prescindendo dalle 7 note o dal pentagramma che le racchiude e della chiave musicale che ne fissa la posizione. Le continue innovazioni tecnologiche, la globalizzazione, il fluttuante andamento degli assetti economici e finanziari, la perdita di certezza del “posto fisso”, la difficoltà ad intravedere nella pensione una fonte di sostentamento dignitosa post lavoro, la recente crisi pandemica, sono alcuni degli aspetti, forse i principali, che hanno modificato le esigenze e le aspettative dell’essere umano che attende dal lavoro risposte corrispondenti, non solo di ordine economico, alla mutata consapevolezza, alla differente percezione della realtà nei vari ambiti ed aspetti della vita. Sinceramente non so dire se sia esattamente qualificabile come lavoro, quello svolto ad esempio da chi, pedalando da mane a sera su mezzi di fortuna e magari manco assicurati, trasporta cibo a domicilio, in borse termiche sporche e pesanti, caricate sulle spalle, ed onestamente non saprei nemmeno se tale attività potesse assurgere a lavoro anche se fossero retribuite a 13 euro l’ora!

Conosco molte persone disposte a sacrificare qualche cosa sotto l’aspetto economico, per poter avere un po’ più di tempo libero, da dedicare ai propri affetti, alle proprie passioni. Molti lavoratori rinuncerebbero a qualcosa del loro compenso se potessero avere la possibilità di lavorare vicino casa, senza compiere viaggi estenuanti che sono a loro volta un lavoro. Ho conosciuto colleghi ed amici che hanno cambiato lavoro, prevalentemente per arricchire il loro curriculum di nuovi skill, per poter lavorare in ambienti più stimolanti o per esprimere al meglio le proprie capacità. La pandemia stessa, con l’introduzione dello smart working, ha significativamente modificato, rendendolo più flessibile, il concetto di posto ed orario di lavoro.

In buona sostanza mi sembra che vi sia in atto una nuova tendenza che porti a non adattare la propria vita al lavoro, ma al contrario, ad adeguare il lavoro ad una mutata consapevolezza del fattore umano.

Di questo la politica (già, la politica https://www.passnews.it/2023/11/20/un-ragionevole-disordine/) non può non tenerne conto. Guadagnare bene non è giusto, è assolutamente sacrosanto, ma è sufficiente per essere contenti non del ma col proprio lavoro?

Chiudo con una singolare curiosità, una delle tante per la verità concernenti il sale, da cui trae origine il termine salario, la quale in un certo qual modo, al netto, lo precisiamo subito, di qualsiasi riferimento assolutamente casuale a questo o quel governo, attesterebbe una sorta di corrispondenza tra il prezioso elemento e la politica: un tempo i trasportatori di merci, e in particolare di sale, dovevano pagare il dazio per il transito sui valichi, e pagavano a peso; i funzionari doganali, per farli passare, aspettavano che piovesse. Infatti l’acqua bagnava i sacchi e li rendeva più pesanti per la capacità del sale di assorbire l’acqua e così aumentava la tassa da pagare. Da qui il detto: “Piove, governo ladro”!

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