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Organo di informazione dei Periti Assicurativi

“Word Wide Web”

“La scienza è di per sé una potenza” sosteneva Francis Bacon, filosofo inglese vissuto a cavallo tra il 1500 ed il 1600, nel suo Meditationes Sacrae del 1597.

Poco più tardi, Thomas Hobbes, filosofo britannico che di Bacon (o Bacone) fu collaboratore (siamo intorno alla metà del 1600), ne rese più fluido il concetto, sostenendo che “Il sapere è potere” e che esso (il sapere) “non può essere afferrato se non da chi vi sia predisposto”. Chi, oggi, è “predisposto” al sapere? E come fare ad esserlo o a divenirlo, atteso che sapere è potere?

Lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione ed il fenomeno della globalizzazione, hanno reso nel tempo evidente come il concetto Baconiano di “scienza”, intesa come conoscenza approfondita di una disciplina, divenuto poi “sapere” per Hobbes, si sia oggi trasformato in ben altro.

E’ palese, innegabile direi, come la rapida e pervasiva diffusione di Internet, con lo sviluppo della globalizzazione a fare da volano, abbia agevolato lo scambio e la disponibilità di una quantità indeterminata, variegata e diffusa di dati, informazioni, gestite dalle corporate che controllano le nuove tecnologie della rete, divenute perciò un centro di potere.

Nel luglio del 2008, a soli 22 anni, parlando in un incontro mondiale di bibliotecari tenutosi in un Eremo vicino ad Ancona, Aaron Swartz affermava: “L’informazione è potere. Ma come accade per ogni tipo di potere, c’è chi vorrebbe tenerla per sé.”

Non è più il sapere quindi a determinare il potere, bensì l’informazione, ossia l’elaborazione di più dati, sviluppati e contestualizzati, che consentono di avere conoscenza più o meno esatta, di fatti, situazioni, modi di essere. Quanto più precisa ed immediata è l’informazione, tanto più forte sarà il potere di chi la detiene. I curiosi che non conoscendolo, volessero “esplorare”, possono approfondire in rete chi sia stato Aaron Swartz.

Sbrigativamente possiamo dire che è stato un programmatore e scrittore statunitense, ma soprattutto un paladino attivista per la libertà di informazione su Internet. E’ stato in un certo qual modo, una vittima della libera informazione negata, dell’affermazione di un principio (non saprei se giusto o sbagliato) contro cui lottava; preoccupato per un processo che lo vedeva coinvolto per frode informatica e furto di informazioni, per il quale rischiava negli States una cosa come 35 anni di carcere, l’11 gennaio 2013, a soli 27 anni, Aaron Swartz decise di togliersi la vita.

Lo sviluppo di tecnologie quali i “big data” (ossia l’accesso e la memorizzazione di grandi quantità di informazioni), la “blockchain” (una rete informatica di nodi che gestisce in modo univoco e sicuro un registro pubblico composto da una serie di dati e informazioni, come le transazioni), la “cyber security” (insieme articolato e complesso di attività, volto a proteggere informazioni e dati, ivi inclusi i sistemi, le reti e i programmi che li contengono, dagli attacchi digitali), lo sviluppo di un filone normativo giurisprudenziale sulla privacy, sul rispetto della vita privata, la sviluppo e la crescente affermazione della new economy, dimostrano, ove mai ce ne fosse bisogno, il ruolo dominante assunto dall’informazione nella società attuale e quanto essa sia divenuta oggi centrale, fondamentale.

Dimostra altresì quanto sia altrettanto importante, da parte di chi lo detiene, esercitare adeguatamente, appropriatamente, senza abusarne o distorcerlo, il potere derivante da quelle informazioni. Si pensi alle cosiddette “global value chains” che annullano in pratica le distanze, ridisegnando tutto il sistema geopolitico. La filiera produttiva di un bene oggi è dislocata in più punti del globo comunicanti tra loro. Cosa succede se la comunicazione si inceppa o se si registra un problema in uno dei paesi che partecipano alla filiera? L’indisponibilità di un solo componente può mettere in crisi tutto il sistema produttivo e di allocazione sul mercato del prodotto. E’ intuitivo come sia essenziale disporre perciò di dati, di informazioni, organizzarle, strutturarle e utilizzarle.

A parte le complicate e sofisticate questioni di geopolitica, Facebook ad esempio, con i suoi 3 miliardi circa di utenti attivi nel mondo, di cui circa 36 milioni solo in Italia, a detta del suo stesso fondatore, “somiglia più a un governo che a una tradizionale impresa”. E’ agevole comprendere quindi come l’esercizio “abusivo” del potere, di qualsiasi natura esso sia, anche di quello (potentissimo) derivante dalla detenzione di informazioni, possa degenerare in conflitti e come sia allo stesso tempo difficile arginare l’utilizzo delle nuove tecnologie senza limitare le fondamentali libertà di pensiero, di espressione, di circolazione.

Senza voler minimamente alludere assolutamente a nulla, (voglio essere inequivocabilmente chiaro su questo), mi viene in mente un film del 1992, “I Signori della truffa”, in cui un team di hacker viene incaricato dal governo di recuperare un microchip che fa gola anche alla mafia. E’ un thriller mescolato alla commedia, con tanti attori di spicco: Robert Redford, Sidney Poitier, Dan Aykroyd, Ben Kingesley,. Uno dei dialoghi più incisivi del film dice: “C’è una guerra là fuori, amico mio. Una guerra mondiale. E non ha la minima importanza chi ha più pallottole, ha importanza chi controlla le informazioni. Ciò che si vede, si sente, come lavoriamo, cosa pensiamo, si basa tutto sull’informazione!”.

I social, cosi come le corporations che operano nell’ambito dell’economia digitale (si pensi ad esempio al commercio elettronico, o a chi si occupa di transazioni finanziarie), in virtù delle informazioni che noi stessi alimentiamo sui loro sistemi, conoscono non solo i nostri dati personali (chi siamo, dove abitiamo, quanti anni abbiamo, se siamo biondi, bruni, alti, bassi, se abbiamo famiglia, figli, numero di carta di credito) ma anche i nostri gusti, attitudini, preferenze, orientamenti (politici, religiosi, sessuali), la propensione, la frequenza e la capacità di spesa.

Queste informazioni rappresentano un valore ben più importante dei fatturati che realizzano. Ricordo a me stesso che Internet (“la rete telematica” come veniva chiamata negli anni ’90), era nata col fine di aprire e liberare le menti, mettendo a disposizione di tutti informazioni e conoscenze riservate a pochi e disponibili solo a pagamento.

Questo in estrema sintesi era anche il pensiero di Swartz (principio col quale si può o meno essere d’accordo, ovviamente, e su cui non mi dilungo non essendo in grado di apportare alcun contributo o valore aggiunto al discorso). E’ ancora esattamente così? Certo è che sarebbe esecrabile se la rete si trasformasse in un campo di battaglia, un terreno di scontro o di scambio delle grandi corporation tecnologiche, o se fosse dalle stesse utilizzata tendenziosamente, in maniera ingannevole. La libreria che ho a casa, che nel frattempo ho ripreso a sistemare, stavolta rispettando la mia artrosi, (https://www.passnews.it/2023/11/20/un-ragionevole-disordine/), mi ha restituito un C D finito lì non so come e non so da quanto, “Viaggiatore sulla coda del tempo”, album del 1999 di Claudio Baglioni. All’interno contiene la traccia “Chi c’è in ascolto”, non la sento da una vita, vagamente memore del significato, ma non ricordandone il testo, lo infilo nel lettore e ascolto: “chissà se queste macchine che parlano per noi ci riavvicinano o ci allontanano quando sembra di sfiorarsi e invece in mezzo restano dei ponti levatoi che non si abbassano ……. chissà se il cosmo chiuso dentro le tre doppie vu è verosimile o è un facsimile, quando sembra di viaggiare e invece resti immobile tra i totem e i tabù dell’impossibile ….” crasi incisiva, efficacissima, sintesi perfetta!! Siamo tutti in una rete, non rimaniamoci impigliati!

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