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L’ipocrisia delle piazze pro-Palestina in Italia

Tra cortei imponenti e violenze gratuite: quando la protesta diventa disagio e contraddizione

Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in oltre 80 città italiane per manifestare contro la guerra in Palestina e chiedere il cessate il fuoco. Cortei partecipati e in gran parte pacifici hanno attraversato Roma, Milano, Napoli, Bologna, Pisa, Genova, Livorno e molte altre città, bloccando strade, autostrade, porti e perfino stazioni ferroviarie. Solo nella capitale si sono contati oltre 50mila manifestanti, con la tangenziale est parzialmente occupata e gli studenti che hanno fatto irruzione nella Sapienza.

Accanto a questo, però, non sono mancati episodi gravi: a Milano la protesta è degenerata in guerriglia urbana davanti alla Stazione Centrale, con cinque arresti (tra cui due minorenni) e oltre sessanta agenti feriti. Scene simili a Napoli, dove migliaia di persone hanno invaso la Stazione Centrale e successivamente la Stazione Marittima. Scontri anche a Brescia, dove bottiglie e oggetti contundenti sono stati lanciati contro le forze dell’ordine.

Questi fatti hanno inevitabilmente acceso lo scontro politico: il ministro Piantedosi ha parlato di “deliberato attacco contro la polizia”, mentre la segretaria del PD Elly Schlein ha condannato le violenze ma allo stesso tempo ha accusato la premier Giorgia Meloni di non prendere posizione contro i crimini del governo israeliano a Gaza. Intanto, dai centri sociali e da diversi movimenti studenteschi, è arrivata la rivendicazione di una lotta che vuole unire la difesa dei diritti dei lavoratori con la causa palestinese.

Ma qui nasce una riflessione: a cosa servono proteste che degenerano in violenza e disagi? Bloccare città, stazioni, tangenziali o porti non cambia nulla del conflitto in Medio Oriente, ma crea problemi a lavoratori e cittadini. La solidarietà per il popolo palestinese è legittima, così come la richiesta di pace, ma molte manifestazioni scivolano nell’ipocrisia: c’è chi scende in piazza senza conoscere fino in fondo le ragioni del corteo, chi trasforma la protesta in scontro politico interno, chi urla slogan senza poi impegnarsi davvero per la causa che dice di difendere.

Un altro aspetto preoccupante è l’ingresso della protesta dentro le università. A Roma, gli studenti hanno occupato la facoltà di Lettere e Filosofia gridando “Palestina libera” e attaccando la rettrice. È giusto che i giovani si interessino di politica e di questioni internazionali, ma la scuola e l’università non dovrebbero diventare terreno di battaglia ideologica, luoghi dove lo studio viene oscurato da bandiere e slogan. Quando si politicizza troppo l’istruzione, si finisce per creare divisioni anziché crescita, conflitto invece di cultura.

La verità è che viviamo in un mondo dove tutti parlano, protestano, accusano, ma pochi agiscono davvero. E la politica, che dovrebbe dare soluzioni, diventa sempre più spesso il motore del conflitto, non della mediazione. Si parla di Palestina contro Israele, di governi contro opposizioni, di studenti contro istituzioni: tutti contro tutti, mentre i problemi veri restano sullo sfondo.

Ogni guerra è sbagliata: dalla Palestina all’Ucraina, dai genocidi del passato a quelli del presente. Ma urlare slogan in una stazione italiana, rompere vetrate o bloccare i treni non fermerà mai un conflitto a migliaia di chilometri di distanza. Forse il vero coraggio sarebbe portare sul campo le proprie convinzioni, come accadeva in altri tempi, oppure trovare forme di mobilitazione che non paralizzino il Paese e non mettano a rischio la sicurezza pubblica.

Perché la solidarietà è un valore, la violenza e i disagi fini a sé stessi no. E soprattutto, la politica usata per dividere rischia di diventare essa stessa un’altra forma di guerra.

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