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L’ARGENTO SI BEVE MA L’ORO SI ASPETTA

La radiosveglia aveva fatto come al solito il suo mestiere, anche l’altra mattina alle 6,30 si era puntualmente accesa restituendomi le note raffinate di un brano sfuggente che sarebbe terminato poco dopo, contemporaneamente allo spegnimento del “gallo elettronico” posto sul mio comodino. Ogni mattina una canzone diversa mi presenta il nuovo giorno, pensai allora che se fosse stata come quel suono elegante che mi aveva da poco lasciato, sarebbe stata una bella giornata. Anche l’altra mattina ho indugiato non poco a scendere dal letto. La radiosveglia in realtà mi coglie che sono già desto da un pò, solo che per recuperare energie residue e restituire al sonno almeno in parte un pochino di overthinking, mi intallèo volutamente tra le pezze cercando la coda di un torpore seducente, benefico e rigenerante al tempo stesso. L’intalleamento ad esser sinceri può protrarsi anche fin verso le 8, proprio come l’altro giorno. Fino a non molto tempo fa non era così, al suo suono la radiosveglia mi coglieva in piedi col primo caffè della mattina già andato, quasi pronto per uscire di casa. Da un bagnetto di servizio, posto a metà tra la cucina e la camera da letto, il rumore del rasoio elettrico non mi impediva di ascoltare il borbottio della moka che io associo ad una specie di applauso liquido, preludio all’odore del caffè che si sarebbe poi sparso senza fili e senza cavi per tutta la casa, in pratica il Wi-Fi del buon umore. Il viso allo specchio contava compiacente le stesse (poche) rughe di qualche giorno prima e mentre andavo ripetendo a me stesso che le cialde non avrebbero mai visto una mia tazzina, mia moglie mi richiamò all’ordine. “ Ma insomma, ti sbrighi? Finirà che al lavoro ti daranno per disperso!” esclamò appoggiandosi allo stipite della porta. “Una volta ci mettevi venti minuti, doccia, caffè e via, eri già in macchina prima ancora di aver allacciato le scarpe. Ora sembri un restauratore che si prende cura di un pezzo raro. Sono le 9 e ½ te ne sei accorto? ” Quell’ esortazione forse un pò troppo irruenta, aveva sabotato quell’altrove comodo dove i miei pensieri si erano rifugiati,  generando un dissidio sottile e silente che rischiava di prolungarsi un po’ troppo. Decisi allora di rompere gli indugi replicando, sorridendo a mia moglie, che se tempo addietro ero già in macchina ancor prima di allacciare le scarpe è perché portavo i mocassini. Finimmo per ridere entrambi e per ritrovarci seduti insieme poco dopo, di fronte ad un cappuccino fatto in casa, meno cremoso di quello del bar ma molto più delicato. Ricordammo di come, fino a qualche anno addietro, correvamo per non perdere nemmeno un secondo, “mentre adesso” le dissi “faccio di tutto per trattenerlo.” Sappiamo che gli anni futuri non avranno il dinamismo della giovinezza, ma la preziosità delle cose che resistono e convenimmo che la grazia, l’armonia, la bellezza in generale, anche quella nascosta tra la pieghe di una colazione fatta insieme senza guardare l’orologio, è un’abitudine che non va persa. Restammo a goderci il rumore del cucchiaino che girava nella tazza, coscienti che quel tempo “perso” era in effetti il pezzo di valore che valesse la pena conservare. Dopo un po’ ci salutammo e salii in macchina, beninteso con le stringhe delle scarpe ben allacciate. Presi il tragitto che mi portava al lavoro, collegai il mio vecchio MP3 allo stereo della macchina, un flashback scosse le sinapsi e tutto tornò a posto. Andai a cercarmi il brano e riconobbi “Il negozio di antiquariato”, pezzo  pregevolissimo di Niccolò Fabi del 2003 che se non fosse stato per la radiosveglia avrei trascurato non so ancora per quanto. Il sax strepitoso di Stefano Di Battista tornava a ricordarmi che la bellezza è un’abitudine da coltivare e soprattutto mi apparve chiaro come mai prima “perché l’argento sai si beve, ma l’oro si aspetta.”

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