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LA MAGIA DELLO SPOGLIATOIO


Dove la fatica si fa vapore e le persone diventano squadra
Si è soliti pensare che il destino di una squadra si decida soltanto sotto le luci del campo di gioco, nell’arco del tempo regolamentare di una partita. È una suggestione comprensibile, ma parziale. In qualsiasi disciplina sportiva, e in particolare nella pallacanestro che ho praticato e vissuto fin dentro le ossa, il luogo in cui avviene la vera magia dove si fonda un gruppo e si formano le persone è lo spogliatoio. Una vera e propria fucina di vita.
Per me lo spogliatoio è un luogo sacro, quasi mistico e ancestrale. Da dirigente, ho sempre portato una venerazione profonda per quella soglia: salvo esplicita e rara richiesta, non vi ho mai messo piede. Perché quel perimetro appartiene esclusivamente ai giocatori, al coach e al suo staff. È il loro santuario inviolabile.
È al di qua di quel portone che si compie la metamorfosi:
• L’eco delle urla a squarciagola per la vittoria, contrapposto al silenzio assordante della sconfitta;
• Le litigate e i confronti accesi per una palla non passata come si doveva, ferite necessarie che insegnano a capirsi e a rispettarsi;
• I discorsi motivazionali dei coach, capaci di toccare le corde più intime del cuore, di scovare le parole più adatte nei luoghi più impensabili pur di tirare fuori da ogni individuo il meglio di sé e trasformare la paura in orgoglio.
Sembrano concetti scontati o formule ritrite da commentatori sportivi, ma si tratta di una verità insindacabile: al di là di ogni schema tattico o lavagnetta, è sempre l’alchimia umana a fare la differenza, specialmente quando un gruppo è coeso dentro e fuori dal campo.
Quel vapore di memoria e un legame infinito
Quanti ricordi riaffiorano al pensiero di tutte le ore passate negli spogliatoi… Ma ce n’è uno in particolare che, ogni volta che torna alla mente, bagna di commozione gli occhi del bambino che vive ancora dentro di me: lo spogliatoio della mia prima squadra.
Altri tempi. Si giocava su un campo all’aperto, ritagliato dietro la chiesa di paese e abbracciato dalla campagna attorno. E mamma mia, quanto freddo faceva!
Quando rientravamo dopo l’allenamento o la partita, si vedeva il fumo salire dalle tute. Il vapore del sudore si univa all’acqua calda delle docce, creando una nebbia densa e quasi mitologica, dentro la quale riscoprivi quanto potesse essere bello e rigenerante il calore conquistato con la fatica.
È proprio lì, tra quel vapore e quel freddo, che si è costruito quel gruppo unico che esiste ancora oggi: a distanza di anni, il nostro rapporto è rimasto esattamente quello dello spogliatoio, forte e autentico come allora.
Quante partite abbiamo vinto nell’intervallo di quei due tempi! In quel luogo speciale, persone generose ci preparavano un tè caldo fatto con tutto l’amore possibile. Per noi ragazzi non era una semplice bevanda: era la pozione magica di Asterix e Obelix, capace di restituirci energia, coraggio e incrollabile convinzione.
È esattamente lì tra quel vapore, il rispetto della fatica e il sapore di quel tè che riesci a capire fino in fondo quanto è bello lo sport.

Mariano Santopaolo

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