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Cgil, sciopero generale il 12 dicembre contro la legge di bilancio: il lavoro in piazza e la politica sui social

Annunciato un nuovo sciopero della Cgil, che questa volta scende in piazza in solitaria. Il 12 dicembre è indetto sciopero generale contro la legge di bilancio del governo Meloni. Ad annunciarlo è il segretario generale Landini, all’assemblea nazionale di Firenze. Le ragioni dello sciopero sono molteplici: “aumentare i salari, riformare il fisco, difendere la sanità pubblica, combattere la precarietà e fermare la privatizzazione dei diritti fondamentali”. La richiesta di centinaia di lavoratori è un cambiamento reale delle politiche economiche e sociali di questo Governo.
Le manifestazioni sono previste in tutte le città italiane e coinvolgeranno tutti i settori, pubblici e privati. In piazza scenderanno dagli ospedali alle scuole, dai farmacisti ai metalmeccanici, con la partecipazione anche di dipendenti della sanità privata. A rischio anche trasporti e commercio.

Per Landini questa protesta è tutto tranne che simbolica: è una battaglia per la dignità dei lavoratori. L’obiettivo dichiarato è modificare la legge di bilancio 2026, inadeguata a fronteggiare il caro vita, la precarietà e i tagli ai servizi, ritenuta favorevole “solo a profitti e riarmo, lasciando indietro chi lavora”. Il sindacato chiede “aumenti salariali sostanziosi, risorse per la sanità e l’istruzione, lo stop all’aumento dell’età pensionabile e un piano per il lavoro stabile”.

Nel suo discorso a Firenze, Landini dedica parole degne di nota alla situazione attuale del Paese: “Ci sono livelli salariali da fame che stanno portando infermieri e medici ad andarsene dal servizio pubblico, e che stanno spingendo centinaia di migliaia di giovani ad andarsene via per il mondo per poter vivere con dignità…questa non è semplicemente un’operazione di risparmio. Qui c’è un disegno lucido che oggi viene avanti da questo governo: quello di mettere in discussione l’esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale pubblico, di un servizio dell’istruzione, della scuola, degli asili, perché hanno in testa un processo di privatizzazione dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione… non è solo una questione economica, ma politica: in gioco c’è il futuro del lavoro pubblico e dei servizi essenziali”.

Le mobilitazioni nazionali di questo 2025 sono state numerose. Questa, che forse sarà l’ultima, segna un certo distacco tra i tre principali sindacati italiani – Cgil, Uil e Cisl – che non si uniranno, almeno per ora, allo sciopero generale. La seconda si limita a osservare e riflettere; la terza si trova su un fronte totalmente opposto: pur condividendo le criticità della legge di bilancio, non è d’accordo sull’approccio, puntando più su un dialogo costruttivo con il governo: “è il momento di costruire, non di demolire”.
Insomma, nulla di nuovo, le solite tre narrazioni divergenti di un’unica realtà sociale.

La risposta del governo Meloni arriva subito, con un commento sarcastico sui social della presidente del Consiglio, che si interroga interdetta: “In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?”. Segue il commento di Salvini: “Chissà come mai, proprio di venerdì…”.

Battute che non solo hanno irritato Landini, ma qualunque persona con un minimo di senno. Visto che parliamo di lavoratori, di madri e di padri che lavorano per vivere e che scelgono, per i propri diritti, di scendere in piazza, rinunciando a una giornata di stipendio che – parliamoci chiaro, con i salari e i rincari odierni – non è sicuramente poco.

Di certo siamo tutti figli di questo governo: che si condividano o meno gli ideali, che si condivida o meno il carisma della presidente e compagnia cantante, sono lì, eletti e pagati dai cittadini italiani per lavorare al servizio del popolo. Alla luce di questa verità, di certo non fa piacere sentire da quelle bocche commenti sprezzanti e irrispettosi nei confronti di chi esercita un diritto costituzionalmente garantito.
Ironico che, a parlare di weekend lungo, siano gli stessi rinomati per prestare servizio poche ore a settimana, in cui per lo più giocano e fanno show sui social o in parlamento. Per l’amor di Dio, sono sketch molto divertenti (finché non ci si ricorda che quelle sono le più alte cariche del nostro Stato).
Inoltre, questi grandi lavoratori, sembrano non pensare minimamente ai problemi che affliggono la popolazione: al fatto che, negli ultimi anni, i prezzi degli immobili siano aumentati a tal punto che, lavorando una vita intera, non è detto che si riesca a comprare una casa – a meno che non te la lascino mamma e papà. Una vita destinata a stare in affitto… o in strada, vista la difficoltà che si riscontra nel fitto a lungo termine di appartamenti, da quando i proprietari preferiscono destinare i propri immobili ai B&B.

Ma questi, sono discorsi che non fanno tanto ridere. È più incisivo ironizzare sui lavoratori onesti che chiedono aumenti salariali per fronteggiare l’aumento del costo della vita in questo paese.
Iconico, a questo proposito, il monologo di Mauro Crozza: “I politici lavorano due volte a settimana, sono più vicini ai disoccupati che ai lavoratori.”

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